L’INQUINAMENTO VERBALE AI TEMPI DELLA COMUNICAZIONE GLOBALE

Quando, molti anni fa, collaborai con il professor Attilio Marcolli all’organizzazione dei primi corsi di Design dell’Ambiente presso l’IED di Cagliari, scoprii che le mie conoscenze di visual design potevano contribuire alla formazione di giovani e creativi environmental designer: gli insegnamenti di equilibrio, essenzialità, pulizia formale, semplicità, corretta gerarchia delle informazioni mi avrebbero permesso non solo di formare gli allievi alle regole del basic design, ma mi avrebbero condotto, otto anni dopo, a percorrere un decennio immerso mani, piedi e testa nel web design ed accompagnato fino ad oggi, a fare comunicazione nell’era in cui la comunicazione è, definitivamente e irreversibilmente, globale.

La possibilità di scambiare, condividere, commentare informazioni, notizie, conoscenze non ha mai subìto una capillarizzazione e un’accelerazione come nell’ultimo quarto di secolo, con immensi benefici sotto ogni punto di vista ed altrettanto immensi inconvenienti, da principio minimi ma ben presto aumentati in proporzione alla diffusione e alla diversificazione di mezzi comunicativi: abbiamo iniziato con il teletext e gli sms, oggi leggiamo e scriviamo su pc, telefoni, tablet in tempo reale e senza soluzione di continuità.

La conseguenza di questa iperproliferazione comunicativa è la più classica delle armi a doppio taglio. Infatti, da una parte ha ridato, per citare il musicista Frankie Hi-Nrg, ‘potere alla parola’, in particolare a quella scritta, ponendola di nuovo al centro della comunicazione, specificamente quella visiva che nel terzo millennio, come agli albori della grafica commerciale, fa perno sul ‘disegno della parola’ (che è poi l’essenza del logotipo). Dall’altra, ha ‘democraticamente’ offerto a milioni di persone la possibilità di scrivere e rendere pubblico il proprio pensiero – o di approvare, criticare, biasimare, commentare, condividere un pensiero altrui – su qualsiasi argomento dello scibile umano, prescindendo sia dalle capacità espressive, sia dall’effettiva competenza.

Insomma, se buonsenso vorrebbe che, per mettere nero su bianco un concetto potenzialmente accessibile a milioni di persone, chi scrive lo avesse ben chiaro e possedesse gli strumenti grammaticali, ortografici, sintattici minimi per poterlo fare con semplicità e decoro, la triste realtà è che tutti-scrivono-tutto-sempre-e-ovunque e no, non è una bella realtà. Non in un Paese in cui un terzo abbondante della popolazione è affetto da analfabetismo funzionale, per tacere delle altre forme di analfabetismo non patologiche ma non meno dannose.

Il risultato è un’inarrestabile, euforica, isterica ed autolesionistica corsa a chi scrive peggio, un contributo irrefrenabile a una forma di inquinamento verbale al quale non si riesce a porre argine e che, oramai, è tracimato dalla bolgia dei social network per invadere la scrittura creativa, persuasiva, giornalistica.

La liberazione/liberalizzazione della parola, in sé straordinaria, è diventata il pretesto per l’uso del linguaggio più volgare in ogni contesto, dell’insulto reciproco come fil rouge di interminabili dibattiti su temi che meriterebbero altre (e alte) parole come scienza, arte, letteratura, società, sostituendosi alla dialettica e alla capacità ma, prima ancora, alla volontà di argomentare, puntualizzare, controbattere rispettando sia il merito delle discussioni che l’interlocutore. Per buona pace dell’agone dialettico ma anche delle pacate e amabili discussioni tra persone civili.

Uno degli aspetti più devastanti dell’inquinamento verbale è proprio la violenza, l’aggressività, lo sfogo di chi abbatte parole come clave su un politico, un personaggio famoso, un tifoso ‘nemico’ o contro chi rappresenti una forma di diversità culturale, linguistica, sessuale, religiosa. Un punto di non ritorno che si autoalimenta, dove l’odio ne chiama altro, la violenza si rinnova e aumenta, il livello dello scontro si alza, quello della buona comunicazione si annulla e chi scrive peggio raccoglie più consensi e si ritiene, per questo, legittimato a perseverare.

Ma non è il peggio in assoluto, visto il modo in cui, negli ultimi tempi, anche alle nostre latitudini l’uso dissennato delle fake news ha devastato e minato alla base le fondamenta dell’informazione, destituendola di valore e autorevolezza senza che – e questo è uno degli aspetti più gravi – nessuno faccia davvero qualcosa per preservarne il valore.

Tanti amano ricordare le parole pronunciate nel 2015 a Torino dal professor Umberto Eco sugli utenti dei social media: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli “.

L’impressione è che tanti in questi anni si siano riempiti la bocca del pensiero del professore senza coglierne l’essenza, solo per potersi fregiare dell’uso del termine ‘imbecilli’ con la griffe di un autore famoso. Chi ha ben capito e, con l’intelligenza e la bella scrittura che lo contraddistingue, ha replicato, anzi, rilanciato in forma di sfida culturale ambiziosa quanto avvincente, è Gianluca Nicoletti, che su La Stampa da una parte descrive in modo onesto come “finalmente possiamo misurarci con il più realistico tasso d’imbecillità di cui da sempre è intrisa l’umanità. Era sin troppo facile per ogni intellettuale, o fabbricatore di pensiero, misurarsi unicamente con il simposio dei suoi affini”; dall’altra sostiene il ruolo, la responsabilità salvifica di chi fa cultura e informazione, senza nascondere quanto sia difficile rispetto anche solo a pochi decenni fa: “Oggi la verità va difesa in ogni anfratto, farlo costa fatica, gratifica molto meno, ma soprattutto richiede capacità di combattimento all’arma bianca: non si produce pensiero nella cultura digitale se non si accetta di stare gomito a gomito con il lato imbecille della forza”.

Convivere col ‘nemico’ senza farsi travolgere o, peggio, coinvolgere. Ecco l’idea sfidante di Nicoletti, la ‘missione’ che, senza impugnare il Sacro Vessillo della Buona Comunicazione ha fatto sua e porta avanti con encomiabile coerenza nella sua attività di giornalista, scrittore, divulgatore.

Proprio noi, comunicatori per mestiere e, spesso, per vocazione, avremmo dovuto capire e fare qualcosa per arginare questa deriva destinata a lasciare solo ‘smog’ verbale e macerie: nel migliore dei casi non l’abbiamo fermata, nel peggiore l’abbiamo agevolata e perfino cavalcata, senza valutarne gli effetti su un lungo termine che è già qui, presente, e ci chiede il conto di ponti comunicativi distrutti, recinti culturali divelti, pareti etiche diroccate.

Quello della comunicazione verbale è un ambiente da bonificare, risanare, pulire e, dove ancora possibile, preservare anche se le voci di chi si batte per farlo paiono soffocate dall’inarrestabile avanzare dell’inquinamento verbale. È ancora possibile fare tanto con poco, tornare a cercare l’equilibrio, l’essenzialità, la pulizia, la semplicità e la capacità di rendere semplice, immediato, accessibile, corretto ciò che oggi appare fumoso, sporco, disordinato, sgrammaticato.

Per citare l’amico Nicola Montisci che, da genuino e capace comunicatore, per professione e per talento, con raro dono della sintesi dispensa spesso e volentieri pillole di buonsenso ai suoi follower: “dovremmo essere più equilibrati nelle nostre uscite comunicative”.

 

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