MIGRARE IN UN MONDO CHE CAMBIA

Oche Facciabianca (Branta leucopsis) in arrivo nelle aree di svernamento della Réserve Naturelle Nationale de la baie de l’Aiguillon. Foto Anna Lacci.

La migrazione è un fenomeno del tutto dinamico che nel tempo si è evoluto parallelamente al mutare delle condizioni ambientali e climatiche in particolare. Per mantenere il suo carattere di strategia di sopravvivenza, i cambiamenti adattativi a cui la migrazione deve andare incontro sono pertanto continui. In conseguenza le differenti specie devono ottimizzare le loro strategie di movimento in risposta alle mutevoli condizioni ambientali che loro si presentano. Ciò può divenire problematico in concomitanza con periodi di forte dinamismo delle condizioni ecologiche generali, così come oggi sta accadendo con i rapidi mutamenti climatico-ambientali del nostro pianeta.

Come sempre più spesso sottolineato, gli andamenti demografici delle specie migratrici non sono più da considerare, a livello globale, come positivi ed il conclamato declino dei migratori è divenuto un pesante problema biologico e conservazionistico, difficile da affrontare e soprattutto da comprendere nei suoi fattori causali. In particolare i meccanismi che sono alla base di tale processo di declino non sono affatto compresi, tenuto soprattutto conto che se il fenomeno è generalizzato non è tuttavia generale. Infatti molte specie sembrano immuni da depauperamenti popolazionistici, mentre altre ne sono pesantemente colpite.

Se si considera il comportamento migratorio degli uccelli nel suo complesso, quello che colpisce di più è la sua estrema diversificazione, non solo tra specie diverse ma anche e soprattutto al loro interno, con differenze significative tra le popolazioni che le compongono. Definire una specie come migratrice ci può infatti portare spesso all’errore, in quanto la diversità di comportamento spaziale può essere in una data specie eclatante, con popolazioni del tutto stanziali accanto ad altre parzialmente migratrici, od ancora altre che si muovono su brevi o lunghe distanze, superando o mantenendosi entro i confini di una stessa Regione biogeografica.

Ancora più rilevante è il fatto che, sempre nell’ambito della medesima specie, popolazioni migratrici localizzate in aree differenti possono avere rotte di spostamento e di conseguenza destinazioni diverse, disperdendosi per lo svernamento o la nidificazione, in aree altrettanto differenti.

Dal punto di vista genetico, una tale diversità di comportamento spaziale è governato da un complesso polimorfismo genico che controlla sia l’entità dello spostamento che la rotta da tenere. Ne consegue che anche piccole differenze di natura genetica, responsabili di un differente assortimento genico, si estrinsecano in costumi migratori del tutto diversi.

La domanda che in tempi del tutto recenti ci si è posta, è se specie con una elevata diversità di comportamenti migratori possano avere o meno un vantaggio, rispetto a specie con minor variabilità migratoria. Questo nei riguardi di un più favorevole status quantitativo delle proprie popolazioni, riuscendo così ad opporsi più brillantemente ad un declino numerico della specie di appartenenza.

Per tentare di dare una risposta a tale domanda, sono state correlate le diversità di comportamento migratorio di 340 specie europee di nidificanti, con il loro andamento numerico. Il primo dato è stato ottenuto attraverso la mappatura delle rotte e l’entità dei dislocamenti delle varie popolazioni; il secondo, ricorrendo alle stime più recenti della loro consistenza (Gilroy e coll., 2016: Ecology Letters).

Il risultato è che le specie che si disperdono nei territori invernali più grandi rispetto agli areali di nidificazione, hanno andamenti popolazionistici più favorevoli rispetto alle specie che si disperdono su territori non riproduttivi più piccoli. Inoltre le specie parzialmente migratrici (ossia quelle con sovrapposizione anche parziale degli areali di nidificazione e svernamento) hanno egualmente una minor tendenza al declino numerico rispetto a quelle totalmente migratrici o stanziali. Tale risultato appare indipendente dalle distanze di migrazione effettivamente percorse.

Un elemento di grande interesse che risulta da questo studio è che gli arrivi primaverili delle specie parzialmente migratrici risultano più precoci di quelle totalmente migratrici, suggerendo così che le prime, in virtù della loro diversità di comportamento, abbiano una risposta più pronta rispetto ai cambiamenti climatici che ci stanno interessando, per i quali una strategia di spostamento parziale rappresenterebbe una via di adattamento migliore.

Luì verde (Phylloscopus sibilatrix) Foto Toni Puma.

Come esempio, Gilroy e collaboratori citano quello del Luì verde (Phylloscopus sibilatrix) e della Cannaiola (Acrocephalus scirpaceus), migratori ben noti nel nostro panorama faunistico. Il primo ha quartieri di nidificazione estesi dalle Isole Britanniche all’Ucraina, ma quelli di svernamento sono ristretti ad un’area relativamente piccola dell’Africa centro-occidentale. Il secondo ha un’areale di nidificazione del tutto comparabile in estensione, ma sverna in tutta l’Africa sub-sahariana. Ebbene, se la Cannaiola non ha alcun problema di conservazione ed anzi le sue popolazioni sono in incremento numerico, quelle del Luì verde sono in un rapido, preoccupante declino!

Cannaiola (Acrocephalus scirpaceus). Foto Tomi Frank da Pixabay.

Tutto questo è come dire che specie che hanno rotte di migrazione diversificate e si disperdono per lo svernamento in ampie aree, dove possono incontrare condizioni ambientali altrettanto diversificate, riescono a mantenere livelli popolazionistici migliori. A differenza delle specie che hanno rotte convergenti su quartieri invernali ristretti, quelle che si disperdono in ambienti più estesi, con caratteristiche ben diversificate dal punto di vista ecologico, avrebbero la possibilità di controbattere fenomeni quali la crescente desertificazione a cui sono soggetti territori africani sempre più vasti, oppure limitare le conseguenze di locali perdite di habitat od ancora il diffuso peggioramento ambientale. Tutti questi elementi sono da considerare i fattori chiave che colpiscono i migratori europei nei quartieri di svernamento sub-sahariani determinandone il “collasso” popolazionistico (Kirby e coll., 2008: Bird Conserv. Int.).

Le specie migratrici parziali intra-paleartiche si distribuiscono su ampi territori di svernamento che vengono raggiunti con rotte di spostamento plurime e spesso anche queste molto diversificate. Per quanto consegue alle considerazioni prima esposte, sarebbero dunque in grado di controbattere i meccanismi che portano altre specie ad un depauperamento numerico sensibile, fino a raggiungere soglie di vulnerabilità per ragioni che prima apparivano inspiegabili. Se appena pensiamo agli Anatidi che svernano nel nostro Paese, ci possiamo rendere conto che le condizioni popolazionistiche di molti di essi sono di espansione numerica, come confermato dai conteggi invernali condotti ufficialmente da oltre trent’anni; anche se non mancano esempi di contrazione preoccupante per ragioni di rarità specifica o riportabili a quei meccanismi prima illustrati.

A questo punto diviene cruciale raccogliere il maggior numero di informazioni possibili sulle strategie di migrazione e sulla capacità di dispersione delle popolazioni che compongono le varie specie, così da avere indicazioni sul grado di rischio di declino numerico in cui esse possono incorrere. Le moderne tecniche di indagine telemetrica certamente possono essere determinanti nel raccogliere tali informazioni, soprattutto per la possibilità che esse offrono di avere dati certi ed immediatamente disponibili, così da restituire quadri di monitoraggio capaci di seguire il rapido evolversi delle condizioni ambientali. Queste metodologie telemetriche fanno scadere in secondo piano le classiche metodologie di inanellamento, lunghe, settoriali, farraginose e con tempi di restituzione dei risultati…geologici.

Anatre in migrazione. Foto Kranich 17 da Pixabay

Da un punto di vista evoluzionistico, le previsioni che scaturiscono dalle analisi condotte da Gilroy e collaborartori, riprese anche da Fuller (2016; Nature), non ci sorprendono: variabilità genetica è da sempre sinonimo di stabilità popolazionistica e questo è un “credo” su cui sono basati molti dei nostri pensieri e considerazioni conservazionistiche.

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