La falconeria…inquinata

La falconeria nacque per scopi venatori forse prima del 2° millennio A.C. presso tribù dislocate tra il Medio Oriente e l’Asia Centrale, espandendosi poi verso est e successivamente verso occidente. Tuttavia è stato detto che più che un modo di cacciare, la falconeria sia una vita al servizio del predatore. In effetti non esiste una più intima e sottile interazione tra uomo ed animale pari a quella che si instaura tra il falconiere ed il suo pupillo.  Essa consiste infatti nel rendere un rapace selvatico che inizialmente reagisce con panico al minimo rumore o presenza umana, in un soggetto che ad essa si abitua in un lungo processo di mansuefazione, rendendolo confidente e prono al volere del suo addestratore. Passare dagli scatti di un fascio di nervi ad un individuo che accetta la presenza del falconiere e riposa tranquillo sulla sua mano, è un processo che richiede self-controll, pazienza e dedizione senza fine. Le tecniche di addestramento variano geograficamente, risentendo di tradizioni millenarie, ma soprattutto della infinita diversità con cui un rapace reagisce nei confronti del suo istruttore. Nobile arte dunque, le cui origini si perdono nel tempo divenendo tradizione, segno distintivo di interi popoli, privilegio nobiliare, in un intreccio con simboli araldici di forza e dominio.

Nata per la caccia, quale posto e significato ha assunto nei tempi attuali? La distinzione geo-politica diviene d’obbligo, perché son convinto che presso tanti popoli ed etnie, la falconeria abbia mantenuto quei significati che le furono propri fin dalle sue origini. Nel mondo occidentale, in Europa, il discorso si fa differente. Persa pressoché totalmente la connotazione venatoria, diviene un hobby che sconfina sempre più spesso in forme aberranti di impiego che vanno dalle “feste medioevali”  alle fiere di paese, fino a diventare mestiere, per scacciare dalle piazze colombi e storni o per l’uso anti bird-strike negli aeroporti. Impieghi ben lontani dallo spirito che ha fatto nascere e mantenere nel tempo la falconeria, con buona pace degli aspetti conservazionistici e di benessere animale.

I rapaci sono protetti da ogni convenzione o direttiva nonché dalla nostra legge nazionale, costituendo un gruppo con problemi di conservazione generalizzati; sono ben poche le specie in buono stato di conservazione, guarda caso nessuna di esse è di interesse per i falconieri. Anche se molti dei soggetti impiegati provengono da coppie tenute in cattività, il problema conservazionistico sussiste comunque, in quanto la sottrazione dagli ambienti naturali di esemplari è continua. A tal proposito va ricordato che le deroghe alle norme di protezione previste dalla Direttiva europea “Uccelli” prevedono il “prelievo in piccola quantità” di specie protette; tale norma è stata prevista proprio per rifornire il mercato della falconeria, come specificato nel Manuale di applicazione dell’articolo 9 della Direttiva stessa, trasformandosi in un cavallo di troia per il prelievo venatorio anche di altre specie di uccelli.

Foto di Thomas Harlandner da Pixabay

Mentre sorvolo sulla ovvia inopportunità di trasformare i rapaci in animali da baraccone per fiere e sagre paesane, merita spendere qualche parola sull’uso di falchi come deterrente per la presenza di altre specie aviarie.

Il fatto che la vista di un rapace induca negli altre specie una azione di fuga è fatto conclamato, anche se non potrò mai dimenticare la vista di un falco pellegrino inseguito da uno stuolo vociante di gabbiani reali: aveva avuto l’ardire di sorvolare la loro colonia di nidificazione! Da questa innata azione di fuga discendono tutta una serie di impieghi delle più diverse specie di rapaci per controbattere la presenza di specie problematiche nei contesti urbani e negli aeroporti. Ciò ha determinato un forte incremento nel commercio di rapaci sia indigeni che non appartenenti alla nostra fauna, fatto esecrabile dal punto di vista conservazioni stico.

Negli aeroporti la falconeria è impiegata per ridurre i pericoli di impatto tra aerei ed uccelli nelle fasi di involo e atterraggio. Tale grave problematica ha stimolato tuttavia la realizzazione di mezzi tecnologici che garantiscono una efficace interdizione dei problemi di impatto. L’impiego di falchi, non privo di difficoltà pratiche di applicazione, si sta così riducendo ed a nostra conoscenza sopravvive in Italia solo a Ronchi dei Legionari (Trieste) e negli hangar Alitalia a Fiumicino, con solo funzione di deterrenza e non anti bird-strike.

Per quanto riguarda l’uso di falchi in ambiente urbano, bisogna chiarire bene che non ha alcun effetto sulla riduzione delle popolazioni di colombo, storno o gabbiano. Lo stesso vale per la loro reintroduzione: tutti i progetti sono miseramente falliti sia che riguardassero rapaci diurni o notturni come l’allocco. Quest’ultima è una delle più grosse “bufale” a cui hanno abboccato tante amministrazioni pubbliche.  L’uso dei rapaci provoca inoltre un allontanamento limitato nel tempo. Qui come negli aeroporti, un effetto deterrente può essere ottenuto con tutta una serie di mezzi di difesa incruenta. L’allontanamento di colombi e gabbiani ha visto anche l’impiego di repellenti chimici inoffensivi di ultima generazione, attualmente testati presso l’Università di Pisa. Esistono dunque mezzi tecnologici altrettanto efficaci dell’impiego di rapaci, con effetti anche di lunga durata.

Abbiamo già definito la falconeria come un’arte, non mercifichiamola con pretese di combattere la presenza di specie che hanno problematicità ben maggiori e certamente non risolvibili con l’uso di rapaci. Se rispettiamo la falconeria è solo per il suo spirito primigenio, anche se vorremmo fortemente che quei falchi, quelle aquile non fossero in schiavitù portate su di un guanto, ma libere volassero nel cielo.

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